Chiara Bettazzi


STILL LIFE

Chiara Bettazzi
STILL LIFE
a cura di Davide Sarchioni
BBs-pro / Accaventiquattro Prato
20 maggio – 26 settembre 2021


Nel lavoro di Bettazzi l'urgenza intimamente legata alla necessità dell'artista di riappropriarsi di una memoria individuale e collettiva, affinchè essa non venga dispersa nei meandri della dimenticanza al trascorrere inesorabile del tempo, sollecita una peculiare attitudine all'accumulo compulsivo, alla conservazione e all'archiviazione di oggetti in disuso recuperati, cercati o trovati, che portano con sé le stratificazioni di un vissuto.
Essi diventano gli elementi costitutivi di grandi agglomerati plastici, compositi ed eterogenei, in cui l'artista associa anche materie organiche e vegetali, le cui infinite possibilità combinatorie danno luogo a racconti sovrapposti che intrecciandosi generano composizioni inedite e danno origine a nuove storie. Si tratta di una pratica “germinativa” e in continuo divenire dove gli oggetti cambiano e mutano al modificarsi dell'azione rivelando la propria fragilità e corrutibilità al logorio del tempo, ma anche la capacità di rinascere sotto nuove forme. Infatti il lavoro si sviluppa dalle “macerie” di ciò che è stato, ovvero dalla memoria degli oggetti che lo hanno preceduto, in un processo metamorfico di rigenerazione incessante e riattualizzante, che apre a nuove intuizioni e possibilità di senso.
Ogni installazione, quale atto unico e irripetibile, costituisce sempre un approdo temporaneo nell'ambito di un discorso mai concluso, sempre più aperto ed estremamente articolato, parte di un continuum dal flusso ininterrotto.

“Still life”, letteralmente “fermo immagine”, approfondisce un ulteriore aspetto della ricerca dell'artista, segnando una nuova fase dedicata all'impiego del mezzo fotografico per cristallizzare e fermare nel tempo la natura precaria e mutovele dei suoi lavori oggettuali, fissandoli in immagini.
Bettazzi ha sempre utilizzato la fotografia a fini documentari per registrare attraverso lo scatto i cambiamenti tra un “prima” e un “dopo” nello sviluppo di un lavoro, evidenziandone i vari passaggi nel tempo. In questa fase, invece, l'immagine fotografica costituisce il lavoro stesso, andando a sostituire l'assenza fisica degli oggetti. L'artista ha infatti intenzionalmente costruito e disfatto le diverse composizioni che ha fotografato, assecondando un processo di continua costruzione e distruzione, per creare un lavoro la cui esistenza è imprescindibilmente legata allo scatto fotografico che si trasforma così in un'immagine memoriale.

“Una cosa importante che è cambiata nel mio lavoro è l'uso della fotografia. In questo momento sono molto attenta a studiare la luce naturale all'interno dello spazio che cade sulle mie opere, le sue variazioni durante il trascorrere del giorno”.



La mostra raccoglie un prezioso nucleo di scatti fotografici prevalentemente inediti, costituito da 13 still life di grande formato stampati su carta in cui l'artista rielabora il tema della natura morta, focalizzandosi in maniera puntuale e coincisa su pochi oggetti con esiti di elevata qualità compositiva ed eleganza formale.Le immagini sono disposte su due pareti a scandire ritmicamente lo spazio espositivo, in un susseguirsi incalzante tra differenza e ripetizione, tra oggetto reale e la sua illusione, impaginando una sequenza studiata in base alla modulazione dell'intensità cromatica di ogni foto: partendo dalle tonalità più scure, si procede gradualmente verso quelle più chiare per poi tornare verso l'oscurità, un percorso che allude emblematicamente al ciclo vitale e ai temi della rinascita e della rigenerazione.
L'artista, infatti, ha immortalato diversi oggetti eterogenei, tra materiali inerti ed elementi organici, su di un tavolo di posa durante diverse sessioni di lavoro anche distanti nel tempo, studiando le variazioni della sola luce naturale all'interno dello studio. Ispirandosi allo stesso principio, l'allestimento della mostra ha eliminato qualsiasi tipo di illuminazione artificiale, sfruttando così i movimenti della luce zenitale diffusa dal lucernario sul tetto per trasformare lo spazio in un dispositivo luminoso che segna il trascorrere del tempo, generando inaspettati riflessi sulle immagini durante le diverse ore del giorno, in un gioco di luci e di ombre che ne amplificano l'atmosfera intimista e crepuscolare. In questo modo il progetto consente di travalicare i confini tra opera e spazio espostivo, dando luogo ad un'unica e articolata opera ambientale in cui le immagini di Chiara Bettazzi e la loro disposizione coinvolgono lo spettatore all'interno di una realtà rarefatta e sospesa, di attinenza quasi spirituale che offre visioni mutevoli e transitorie, misteriose e dense di rimandi dialettici tra la materia e il suo riflesso, tra presenza e assenza, tra permanenza e caducità, sollecitando dubbi e interrogativi sulle questioni irrisolte dell'esistenza umana che non possiamo comprendere, ma soltanto intuire.

STILL LIFE
di Davide Sarchioni